Incontro con Philippe Claudel

ROMA – L’uscita, in Italia, del film Ti amerò sempre (precedentemente uscito in Francia con il titolo originale Il y a longtemps que je t’aime) è l’occasione per incontrare lo scrittore, ed ora anche neo-regista, Philippe Claudel, nato nel 1962 in Lorena, romanziere di grande successo in Francia e non solo, autore di best-sellers quali J’abandonne, Bruit des trousseaux, Petites mécaniques. Tradotto già in venticinque Paesi, in Italia è già noto per Le anime grigie, con il quale si è aggiudicato riconoscimenti importanti in tutta Europa, come il Prix Renaudot 2003, ed è stato eletto miglior libro dell’anno dalla redazione del prestigioso periodico Lire. Nel 2007, invece, ha vinto il Goncourt des Lycéens, con Il Rapporto.

Ti amerò sempre, il film che segna l’esordio alla regia di Philippe Claudel, è interpretato da Kristin Scott Thomas, Premio EFA (European Film Awards, praticamente gli Oscar europei) 2008 come Migliore Attrice; altri interpreti: Elsa Zylberstein. Serge Hazanavicius, Laurent Grevill, Frédéric Pierrot, Lise Ségur. Secondo le stesse parole di Claudel “si tratta di un film sulla forza delle donne, sulla loro capacità di resistere, di rimettere insieme i pezzi delle loro vite e di rinascere. E’ una storia che parla dei nostri segreti, dell’emarginazione e dell’isolamento che tutti condividiamo”. Se qualcuno poteva nutrire delle riserve sulle capacità cinematografiche dello scrittore Claudel, va segnalato che questo suo film d’esordio ha conquistato le attenzioni più lusinghiere da parte della critica internazionale. Claudel, da solo, ha ideato la storia, ha scritto l’intera sceneggiatura, ha diretto il film. Egli si è, inoltre, avvalso del montaggio di Virginia Bunting, della fotografia di Jérome Alméras, delle musiche di Jean-Louis Aubert, dei costumi di Jacqueline Bouchard, delle scenografie di Samuel Deshors. In estrema sintesi, il film di Claudel narra la storia di Juliette, la quale – per quindici anni – non ha avuto nessun legame con la propria famiglia, dopo che questa l’aveva respinta. Sebbene molto tempo prima la vita le abbia separate con la forza, Lia, la sorella minore di Juliette, la accoglie nella casa dove vive col marito Luc, con il suocero e le loro bambine. Dicevo che l’uscita in Italia del film è l’occasione per incontrare e conoscere meglio Claudel.

Lei è un romanziere celebrato e che ha ricevuto numerosi e prestigiosi riconoscimenti. Per quale motivo ha scelto la rischiosa strada di realizzare un film, dopo tanti romanzi? Le immagini mi hanno sempre intrigato, sia che nascano da parole, fotogrammi o quadri; difatti, molti anni or sono mi sono dilettato anche a dipingere. Amo approfondire la visione del mondo attraverso le immagini, che vi gettano nuova luce, la mettono in discussione con la loro presenza e la obbligano a riflettere su se stessa. Inoltre, sono sempre stato un patito di film. Quando all’inizio degli anni Ottanta studiavo storia e letteratura all’Università di Nancy, ho realizzato diversi cortometraggi. Io e i miei amici eravamo sempre davanti o dietro una cinepresa, di volta in volta come sceneggiatori, operatori, attori o montatori. A quel tempo già scrivevo molto, ma nutrivo anche un sincero desiderio di creare e mostrare immagini. Ma il cinema è ritornato nella mia vita solo nel 1999 grazie a Yves Angelo, che ho incontrato dopo la pubblicazione di Meuse l’oubli, il mio primo romanzo. Angelo mi chiese di lavorare con lui e la nostra prima collaborazione – la sceneggiatura di Sur le bout des doigts – divenne un film, da lui diretto e distribuito nel 2002. In seguito, ho incontrato produttori che mi hanno chiesto di scrivere sceneggiature che però non sono mai state realizzate. Infine, è arrivata la grande avventura di Le anime grigie: Yves voleva farne un film, io ne scrissi la sceneggiatura e lui fu così gentile da coinvolgermi nel progetto, con la ricerca di location, il casting e le letture con gli attori, etc.. Angelo risvegliò in me il desiderio di avere un controllo maggiore su una mia creazione, fino alla fine. Ero come in attesa dell’occasione giusta e della storia adatta che mi avrebbe portato alla regia. Fare un film è un processo molto complicato, che richiede molta energia, tempo e denaro; non è possibile affrontarlo prendendolo sottogamba. E’ più faticoso che scrivere. Un romanzo lo scrivo quando mi pare e mi fermo quando voglio. Ma quando la macchina della produzione di un film si mette in moto, non puoi fermarla. Per poter sopportare tutto quello che comporta, è necessario – ma parlo solo per me – poter contare su un soggetto profondamente radicato dentro di sé, così da mantenere intatto il desiderio e l’urgenza di raccontarlo. E questo, fortunatamente, è ciò che è successo con questa storia.

Quando ho sentito parlare per la prima volta, alcuni mesi or sono, del suo esordio alla regìa, ero convinto che portasse sul grande schermo un suo romanzo. Invece, sono rimasto molto sorpreso – ed immagino di non essere stato il solo – quando ho saputo che si trattava di un soggetto originale per il cinema. Pertanto, le chiedo: come mai non ha esordito alla regìa con una trasposizione di un suo romanzo e per quale motivo ha ritenuto di non scrivere sotto forma di romanzo questa storia che segna il suo esordio dietro la macchina da presa? Nella mia mente c’e’ sempre stata una netta divisione. Quando dentro di me affiorano i frammenti di una storia, so immediatamente se è destinata a diventare un film o un romanzo. Non so davvero come spiegarlo, ma non ho mai la minima esitazione in proposito. A volte alcuni produttori mi hanno chiesto di trasformare in romanzo le storie dei film che non erano stati prodotti, ma mi sono sempre rifiutato di farlo. Non ne sarei capace e non m’interessa neppure. Ma questo non vuole dire che al cinema non utilizzo le mie qualità di romanziere: così come per i miei libri, per questo film il mio desiderio era di realizzare una pellicola in grado di raggiungere differenti tipi di pubblico. Alcuni vi vedranno la storia di due sorelle che cercano di riavvicinarsi, altri saranno più interessati alle tematiche carcerarie. Alcuni si concentreranno sulla storia di una donna che rinasce dalle proprie ceneri; mentre, altri vi vedranno la vita di una famiglia che deve fare i conti con segreti oscuri e inconfessati. Se ne può fare una lettura semplificata oppure una più cerebrale. Ho sempre amato quei libri o quei film destinati al grande pubblico, che non sono pensati per un solo tipo di audience. Non volevo rinchiudermi in un genere specifico, ma avvicinarmi alla complessità della vita, che è qualcosa che mi ha sempre interessato. Volevo riprendere alcune persone còlte in quei vuoti dell’esistenza che si trasformano in grandi felicità; volevo raccontare quella capacità che hanno le persone di stare zitte e farsi del male, ma anche di scavalcare – avendo come unico credo la sincerità e la verità – quelle cose che potrebbero distruggerle.

Secondo molti critici, che si sono espressi assai positivamente sul suo film, Ti amerò sempre è costruito con piccole e abili pennellate. Ciò mi fa tornare in mente la sua innata propensione verso l’immagine e – ora che lo sappiamo – la sua passione per la pittura. La storia è raccontata con un tono volutamente impressionista. Ho scritto la sceneggiatura proprio così. Il montaggio, quindi, è stato relativamente semplice; è stato solo necessario qualche piccolo taglio, qualche aggiustamento e l’eliminazione di alcune scene che alla fine mi sembravano piuttosto superflue.

Proprio un lavoro adatto ad un romanziere! Scrivo romanzi con lo spirito di un regista, ma giro film come un romanziere. I lettori spesso mi dicono che i miei romanzi sono molto “visivi”. In questo caso è esattamente l’opposto; ho adattato tecniche narrative ad un racconto per immagini. Volevo che avesse quel ritmo, una particolare struttura con un tocco qua e là, un certo sviluppo della storia che procede più per contrapposizione che per progressione lineare. Volevo rimanere fermo sui volti e dare agli attori il tempo di rivelare le sfumature più intime del proprio personaggio. La scelta delle inquadrature e il ritmo del montaggio sono stati altrettanto fondamentali: sono stufo del cinema odierno, così “sincopato”, che ci bombarda con i montaggi ultra-rapidi, con le sue immagini ed i movimenti di camera in ogni direzione. Penso che sia importante tornare a imparare l’arte di aspettare, di avere pazienza e di saper guardare. Vorrei anche aggiungere che il volto di Kristin Scott Thomas è impressionante, capace di esprimere una quantità di cose anche senza bisogno di pronunciare una sola parola. Allo stesso tempo lei rimane segreta, misteriosa. Kristin ha un grande talento. C’è stato un meraviglioso equilibrio tra il suo talento e il personaggio che doveva interpretare. Mi sono divertito a darle diverse indicazioni per la stessa scena: in questo modo ho ripreso del materiale differente per sfumature e intonazioni, che ho utilizzato in sala di montaggio, potendo contare su diverse interpretazioni per una sola scena.

In questo film lei esplora tutti i tipi di legami familiari, ad iniziare dalla complicità fra le sorelle protagoniste. Peraltro, i legami familiari – in tutte le loro sfaccettature – sono spesso indagati anche nei suoi romanzi. Si, è vero. E, soprattutto, cerco di rispondere a una domanda: è possibile ricostruire un legame dopo una separazione così lunga, soprattutto quando si è stati così vicini, ma quando questa intimità non esiste più? Come fare? E’ possibile ricominciare a parlarsi? E se una persona ha questo desiderio, l’altra lo condividerà davvero? Volevo raccontare questo legame intimo, fortissimo, fra due sorelle che la vita e le circostanze hanno allentato, quasi annullato, e tutti gli sforzi fatti dalla più giovane per ricrearlo.

Per uno scrittore la storia segue sempre i tempi del racconto, a parte le eccezioni dettate da escamotages come i salti nel tempo. Nel film, è riuscito a girare seguendo i tempi del racconto? No, era impossibile, per ragioni economiche. Se avessimo seguito i tempi del racconto avremmo impiegato molto più tempo nelle riprese, e quindi i costi sarebbero lievitati. Soltanto l’ultima scena è stata effettivamente girata alla fine.

Lei ha affermato che sul set si è respirata una bella atmosfera. Questo è dipeso anche dalla presenza di un buon cast tecnico? Sì, questo per me era un punto fondamentale. Sono stato così fortunato da lavorare con persone che mi piacevano o che ho imparato ad apprezzare. Lo stesso vale per la preparazione del film: Yves Marmion e Brigitte Maccioni, i produttori, mi hanno dato grande fiducia e hanno sempre sostenuto il progetto. La loro presenza e la loro tranquillità hanno avuto per me un effetto rassicurante. Quanto al cast tecnico, alcuni di loro li conoscevo da prima, mentre di altri conoscevo il talento ed ho imparato ad apprezzarne le qualità umane. Mi è piaciuto mescolare gente di età diversa nel cast: c’erano tecnici di grande esperienza e giovani all’inizio della carriera. Le riprese sono anche servite ad una dozzina di stagisti del Dipartimento di Cinematografia dell’Università di Nancy, per fare esperienza. Tutti insieme abbiamo condiviso bei momenti di vicinanza e di grandi risate. Volevo un set tranquillo, senza tensioni, e l’ho ottenuto.

In conclusione, è soddisfatto del risultato, vale a dire del suo film? Alla fine, grazie a tutti quelli che hanno lavorato con me, ho ottenuto esattamente ciò che volevo: raccontare una storia forte ma sensibile, con una regìa sobria e rigorosa, senza annoiare il pubblico, ma al tempo stesso facendolo riflettere. Una storia semplice e sincera, ottimista, nonostante uno spunto tragico, che racconta della vita e di come alcune persone riscoprono la luce, l’amore e la comprensione reciproca. Spero che questo film aiuti le persone che lo vedranno ad avvicinarsi al proprio prossimo, ad accettare gli altri per quello che sono, senza giudicarli. Spero di aver fatto un film pieno di amore e di umanità, capace di trasmettere emozioni in grado di restare nel cuore degli spettatori, anche quando il sipario calerà sulle vite dei personaggi.

Per l’opportunità di questo incontro, si ringrazia l’Ufficio Stampa della Mikado Film, società distributrice del film in Italia, nella persona di Roberta Avolio.

Autore: Franco Baccarini

Scrittore, saggista, autore di articoli per giornali cartacei e telematici, di testi per il teatro e di cortometraggi.
Teatrografia
2007 – Autore del dramma in atto unico “Insostituibili assenze”.
Filmografia
1996 – Soggettista, sceneggiatore e regista del video-clip “Anatomia dell’altro volto di una metropoli”.
2012 – Soggettista e sceneggiatore del cortometraggio “La ragazza e il mare” (regia di E. Colombo).
2013 – Soggettista e sceneggiatore del cortometraggio “Un amore da proteggere” (regia di L. Greco).
Bibliografia
2008 – “Bioetica animalista. Dagli aspetti socio-filosofici alle applicazioni pratiche nella sperimentazione clinica dei farmaci” (Edizioni Universitarie Romane).
2009 – “La Tecnoetica nel Cinema. Bioetica del Futuro” (Edizioni Palombi).
2010 – Capitolo “Tecnoetica nel Cinema” all’interno del volume “Tecnicizzare l’uomo o umanizzare la tecnica?” (Edizioni LEV), di Autori Vari.
2012 – “Tecnoetica e Cinematografia” (Edizioni Universitarie Romane).
2013 – “Tecnoetica e Cinematografia (in versione e-book)” (Edizioni Universitarie Romane).

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