Dovremmo averlo tutti, un regalo così

Scrivo questa recensione ascoltando un disco di Jovanotti: non c’entra niente col libro di cui voglio parlare, e non c’entra niente coll’autrice del libro di cui voglio parlare.

Il libro è Il mio regalo sei tu di Sarah Spinazzola, pubblicato a ottobre da Marcos Y Marcos. Sarah mi aveva fatto leggere una primissima versione, a inizio anno: le avevo chiesto se aveva qualcosa per inutile, e mi aveva girato il pdf appena finito, «Guarda questo» mi ha detto, «l’ho appena finito». Ho passato quasi tutta notte in piedi a leggere metà di quel pdf, piombando in quell’universo fatto di parole gentili e situazioni assurde. Quando poi mi disse che sarebbe stato pubblicato dallo stesso editore che pubblicò uno dei miei libri preferiti, le dissi soltanto: «Minchia papà!»

E il papà è il grande protagonista di Il mio regalo sei tu: è la storia di un papà assente, che poi vuole tornare, che però non torna mai davvero. Il libro incomincia così:

La prima volta che ho visto mio padre è stato in televisione

ed è la storia di Lidia che cerca e trova il padre che non ha mai avuto. È la storia dei suoi tentativi di rimanergli vicino e inventarsi un rapporto, e degli scivolamenti di lato che lui continua a fare, quasi senza accorgersene: fino al giorno in cui le dice che è pronto, finalmente è pronto a lei e al suo ruolo di padre. Che uno dice, bon, ci siamo: ed è qui che va tutto a rotoli.

Nella storia c’è tutto un mondo di adulti irresponsabili e di adulti che vivono a basso profilo, e ci sono adolescenti che faticano a capire che cosa vogliono, quali i propri desideri e le aspirazioni: ma è anche la storia di Lidia che scopre di essere forte con quello che ha. Perché anche se nella tua vita c’è un buco fatto di assenze e figure invisibili, lei ha fatto l’unica cosa che poteva fare ed è andata avanti, da sola, nonostante tutto. La storia è anche quella di Lidia che diventa adulta sui propri sforzi e le proprie paure, nonostante questi, nonostante gli scenari da incubo che ha attraversato una notte e nonostante si sia sentita sola.

Attenzione, perché è un libro da non prendere alla leggera, anche se il suo stile è tutt’altro che pesante. Attraversa delle scene, gli scenari da incubo di cui sopra, che fanno paura. Pelle d’oca. Se qualcuno di noi c’è passato, per delle scene che anche solo lontanamente ci assomigliano, può essere un’esperienza poco piacevole. E allo stesso momento, sono le pagine migliori di tutto il romanzo, roba da pelle d’oca: perché lì Lidia diventa adulta, finalmente, senza bisogno di adulti intorno: perché l’assenza è diventata forza. Come in quella canzone che dice che non siamo soli, anche quando siamo soli. Ché alla fine torna, il disco, col libro.

 

di Matteo Scandolin
www.rivistainutile.it

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