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L’evoluzione del cinema asiatico

asiatica-film-medialeGiusto pochi giorni fa abbiamo ripetutamente parlato dell’ultima edizione della rassegna romana “AsiaticaFilmMediale”. Vale la pena di approfondire il discorso sul cinema asiatico, anche grazie agli appunti presi nelle scorse edizioni, ma non solo. Difatti, dall’inizio degli anni Novanta, il cinema asiatico è tornato prepotentemente a far parlare di sé in occidente, grazie al contributo del cinese Zhang Yimou, con la sua affascinante musa Gong Li, e di tante altre firme cinesi, giapponesi, coreane e del resto dell’oriente. Molti i successi di critica, e in alcuni casi anche di incassi, fatti segnare dal cinema asiatico in questi ultimi due decenni.

A Roma, come detto, dal 2000 c’è l’occasione di fare il punto sull’attuale cinema asiatico, grazie agli “AsiaticaFilmMediale – Incontri con il Cinema Asiatico”, che si teneva, nei primi anni, tra la fine del mese di novembre e l’inizio di dicembre, per poi essere stato anticipato di alcune settimane, per non finire in concomitanza o quasi con il Roma Film Festival, di ancor più recente nascita.

Nelle prime edizioni di “AFM” si è potuto assistere ad una panoramica talmente completa da superare per quantità di proposte le distribuzioni nelle sale italiane di pellicole asiatiche. Alla rassegna romana si è potuta ammirare la produzione meno nota in Europa, grazie a proiezioni di pellicole rimaste colpevolmente inedite da noi, come nella stragrande maggioranza degli altri paesi occidentali, e presentate sottotitolate nel corso della rassegna romana. Centinaia sono i film già presentati da oltre venti paesi, più mediometraggi e cortometraggi di fiction, di animazione e documentaristici.

Molti anche i registi presenti personalmente alle varie edizioni della rassegna romana, come il cinese Lou Ye, considerato il faro della cosiddetta “sesta generazione” del cinema della sua patria, e Wang Chao, scrittore cinese, all’esordio in qualità di regista con un opera tratta proprio da un suo racconto breve, “The Orphan of Anyang”, interpretato da attori non professionisti.

Ma passiamo in rassegna, con la necessaria brevità – per motivi di spazio – gli autori delle ultime generazioni della cinematografia del continente più popoloso del mondo e le loro opere, sperando di fornire nomi e spunti necessari affinché i più curiosi cinefili si possano mettere alla ricerca – non facile, ma non impossibile grazie a cineclub, cineteche e qualche rarità video – di quanto qui citato.

Aktan Abdykalykov fornisce una grande prova con il suo “Maimil”, ritratto di un adolescente del suo Kirghizistan, con il contributo del nostro grande sceneggiatore Tonino Guerra, capace di centrare i dialoghi giusti anche in realtà non italiane, come già seppe fare nel corso della sua apprezzatissima collaborazione con il regista greco Anghelopoulos. La giovane Sou Abadi racconta quello che pensano le donne iraniane del 2000 nel documentario “S.O.S. Teheran”, a dimostrazione che il cinema iraniano – documentaristico o di fiction che sia – non stia solo nelle mani della famiglia Makhmalbaf o in Abbas Kiarostami. “Dekra”, di Goutam Ghose, rivela tutta la maturità del cinema del regista bengalese, presentato a Roma come uno dei più stimati rappresentanti della cultura del suo paese.

Italo Spinelli, appassionato e competente direttore artistico di “AsiaticaFilmMediale”, riesce perfino a portare nella capitale alcune chicche come quelle dei giovani registi della Malesia. Si tratta di film a bassissimo costo, che ci raccontano storie metropolitane nella società multietnica e multireligiosa di Kuala Lumpur, che guarda ad occidente e parla un misto di inglese, cantonese e malay. Tra questi registi spiccano Amir Muhammad con la commedia brillante e vagamente surreale “Lips to lips” e Teck Tan con il road movie “Spinning Gasing”.

Anche la Thailandia è stata ben rappresentata da più esponenti del proprio cinema. Chatrichalerm Yukol con “Suriyothai” e Tanit Jitnukul con “Bang Rajan”, ma ancora più interessanti sono i giovanissimi – anch’essi frutto di coraggiose e limitate produzioni in digital video – il più rappresentativo dei quali è Wisit Sasanatieng, autore e protagonista di “Fah Talai Jone”, che si ispira – con molta libertà ed originalità – al western statunitense, pur ambientato nei villaggi tailandesi.

Dallo Sri Lanka arriva una citazione sull’immigrazione verso l’Italia, con l’intensa e commovente pellicola di Boodee Keerthisena intitolata “Mille soya – Buongiorno Italia”, che narra l’imprevedibile e disumana traversata di giovani immigrati srilankesi verso la nostra penisola.

Dal sud del subcontinente, il Kerala, l’ultimo film di Jayaraji, “Shantman”. L’Armenia non riconciliata di Don Askarian, dall’Impero Ottomano al terrorismo più recente ed alla tragedia del popolo curdo. Il viaggio, i sogni e la realtà si confondono in “Jol” di Darejan Omirbaev. L’Asia multietnica di Garin Nugroho vive nella memoria e nel presente del porto di Jakarta, aperto dalla colonizzazione prima portoghese e poi olandese. In una regione sperduta come il deserto del Gobi, colui che porta i film è una sorta di affascinante eroe, così com’è raccontato da un breve ed intrigante documentario giunto dalla Mongolia, intitolato “Hovor Hun”, firmato dalla coppia Tsenddorj e Sarantuya. Il Nepal, dai meravigliosi paesaggi, si fa rappresentare da “Samara” di Pan Nalin, mentre – sempre ad “AsiaticaFilmMediale” – si è potuto vedere un Tibet inedito, lontano dai soliti stereotipi, grazie a “Beyond the Himalayas”, di Ghose. Un cenno un po’ più approfondito per il cinema dei giovani registi giapponesi, visto in questi anni alla rassegna romana. Il cinema della “nouvelle vague” made in Japan (Masahiro Kobayashi, Shinobu Yaguchi, Wada Junko) ci racconta di un vuoto metropolitano e di un’incomunicabilità tra generazioni; ma c’è anche l’occasione per qualche sorriso, grazie – ad esempio – ad un’esilarante squadra di nuoto sincronizzato. “Bean Cake” di David Greenspan, film giapponese girato negli USA, che si è aggiudicato la Palma d’Oro a Cannes per il miglior cortometraggio nel 2001, narra dell’ostinazione di un giovanissimo contro l’autorità imperiale a Tokio nel 1933. E sul nuovo cinema giapponese torneremo più avanti.

Entriamo più nel dettaglio con alcuni dei films che hanno lasciato maggiormente il segno nelle ultime edizioni della rassegna sul cinema asiatico a Roma.

Da Taiwan, “Suoni d’amore e tristezza” (“Ailian paiwandi”), di Hu Tai-li. In questo film, sulle suadenti note dei caratteristici flauti locali, che una storia leggendaria vuole che sappiano riprodurre il suono del serpente della morte, si uniscono in un mix di immagini e suoni i ricordi delle favole più antiche della tradizione di Paiwam, all’interno di Taiwan. In qualche modo definibile come documentaristico, il film vede anche le testimonianze degli anziani delle tribù, i quali raccontano la loro gioventù ed i loro amori. C’è anche lo spazio per qualche rimpianto della vita tribale che non c’è più, travolta negli ultimi decenni dalle sempre maggiori influenze straniere. Hu Tai-li, che firma la produzione, la sceneggiatura e la regia di questo film, svolge la principale attività professionale in qualità di ricercatrice presso l’Istituto di Etnologia dell’Accademia Sinica di Taiwan. Dopo la laurea in Storia alla National Taiwan University, ha ottenuto quella in Antropologia a New York. Negli ultimi vent’anni ha diretto e prodotto cinque documentari in pellicola, tutti di natura antropologica ed etnografica, con un occhio di riguardo sulla trasformazione degli Aborigeni e delle culture antiche di Taiwan. Il film del quale abbiamo appena parlato, si è aggiudicato il Premio Speciale della Giuria al Taiwan International Documentary Festival ed è stato presentato al Festival Internazionale del Documentario di Marsiglia.

Dall’India, invece, sottolineiamo la bella prova del regista Mani Ratnam, con “Onde” (“Alai Payuthey”). Si tratta della storia di Karthik, il quale arriva alla stazione ferroviaria per accogliere sua moglie, Shakti, che torna a casa dal lavoro. Ma questa volta la donna non c’è! La coppia di giovani sposi si era conosciuta un paio di anni prima, ad una cerimonia di matrimonio. Un autentico colpo di fulmine. Il padre di lui, un avvocato, va subito dal padre di lei, un modesto impiegato delle ferrovie. Impossibile un vero accordo tra i due, nell’India delle caste. Pertanto, i ragazzi si vedono costretti a lasciarsi, ma la cosa dura poco. I sentimenti di autentico amore sono troppo forti perché tutto finisca per stupide questioni casta. Pensano bene che l’unica cosa da fare sia quella di sposarsi segretamente; e così fanno. Però, cosa di non poco conto, i due devono continuare a vivere separatamente, ognuno a casa dei rispettivi genitori. Per qualche tempo riescono a mantenere segreta la notizia del matrimonio, fin quando la famiglia della ragazza riesce a farla parlare. A quel punto, entrambi i giovani vengono cacciati dalle case delle rispettive famiglie. Purtroppo, il lieto fine in una storia d’amore indiana che vede per protagonista un amore clandestino è pressoché impossibile. Una nota di amarezza ed una di mistero accompagnano la fase finale della storia. All’interno del panorama – vastissimo quantitativamente, ma assai modesto qualitativamente – del cinema indiano, questo film di Mani Ratnam è una piacevole sorpresa. Ratnam è nato a Madurai, in India, nel 1955, come possiamo leggere direttamente dalle note della rassegna romana. Si è laureato in Economia Aziendale, prima di intraprendere la carriera cinematografica. Il suo esordio da regista risale al 1983, quando ha diretto Pallavi Anupallavi ed ha fondato una casa di produzione, la Madras Talkies. Tra i suoi films, spiccano: “Nayakan” (1987), “Anjali” (1990), “Bombay” (1995) e “Alai Payuthey” (2000).

Tornando a parlare del Giappone, ci soffermiamo su un autentico gioiello, una poesia cinematografica, se così possiamo dire; quella di Masahiro Kobayashi, dal titolo “L’uomo che cammina sulla neve” (“Aruku, hito”). Nobuo Honma è un anziano produttore di sakè che vive a Hokkaido, l’isola più a nord del Giappone. Dalla recente morte della moglie, abita con il figlio più giovane, Yasuo. Tutti i giorni, l’uomo compie una passeggiata sulla neve fino a giungere ad un centro di allevamento ittico. Il dolore per la perdita della moglie è attutito dall’attento ed affettuoso esame della crescita dei tanti pesci che vivono all’interno dei grandi vasconi industriali. In occasione del secondo anniversario della morte della moglie, Nobuo rivede dopo molto tempo il suo figlio maggiore, Ryoichi, con i due nipotini. L’avvenimento dà sfogo a sentimenti e disaccordi sempre covati e mai esternati. Ma da tutto questo, Nobuo esce cambiato, e s’incammina verso giorni più sereni. Fotografia, ritmi e musiche sottolineano l’aspetto fiabesco del film di Masahiro Kobayashi. Il regista è nato a Tokyo nel 1954. Nel 1996 ha realizzato il suo primo film, “Closing Time”. Successivamente ha diretto altre tre pellicole prima di quella di cui abbiamo appena fatto cenno, e che ha sancito il suo primo piccolo successo internazionale.

Kobayashi è un regista quasi sessantenne, quindi non fa parte della citata “nouvelle vague” del sol-levante, come invece è la giovane regista Wada Junko. Della Junko, già nella prima edizione di “AFM”, è giunto “Corpo e asfalto” (“Body drop asphalt”). È la storia di Manaka Eri, che vive da sola nella “giungla metropolitana”. La giovane donna scrive un racconto, di stile romantico, che ha per oggetto gli istinti. Manaka Eri è molto sorpresa, e perfino un po’ spaventata, per il fatto che il libro ottiene recensioni entusiastiche che ne decretano successo e popolarità. Ma la sorpresa e lo spavento si allontanano presto, e lei prende ad impegnarsi sul seguito del libro, stavolta tutto fuorché romantico. La sua eroina, Rie, passa attraverso esperienze drammatiche. Ma, proprio mentre sta scrivendo il suicidio di Rie, questa insorge per protesta! Pur lontana dai luoghi comuni sui romanzieri che si spaventano delle loro stesse storie, Wada Junko lancia un enigma surreale che, per alcuni, ricorda il primo Jean-Luc Godard. La Junko è giovane, e lo era ancor più quando ha scritto e diretto questo film, nel 2000! Non è particolare di poco conto, presso una società ancora un po’ maschilista come quella giapponese. Ora le cose cominciano a cambiare, ma è solo l’inizio. La giovane cineasta si è laureata presso il Forum Institute of Moving Image. Ma prima ancora di laurearsi, appena maggiorenne, aveva già realizzato diversi cortometraggi, come “Claustromania”, che ha ricevuto la menzione speciale all’Image Forum Festival; “Athletics no.3”; “Papaya-Coconut Passion” e “Shocking Peach”.

Ovviamente, l’interessantissima rassegna capitolina non è l’unica occasione per gli estimatori del cinema orientale. Oramai la programmazione sui nostri grandi schermi, include ogni anno diverse pellicole provenienti dall’Asia (Giappone, Cina, Corea del Sud, etc.). Questo continente asiatico ha fatto la parte del leone (ed è proprio il caso di dirlo, visto che di “leone” si tratta a Venezia!) nelle varie sezioni, in concorso e no, alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nell’edizione del 2004, solo per fare un esempio di poco meno di dieci anni fa. Sono stati presentati, difatti, “Shijie” (Cina, 2004), di Jia Zhangke, con Zhao Tao, Chen Taisheng (oltre due ore di fantasioso giro del mondo, passando anche per Pisa); “Hauru no ugoku shiro” (Giappone, 2004), di Hayao Miyazaki (cartoon tratto da un’opera letteraria di Diana Wynne Jones, che narra di una bella modista, Sophie, e del suo incontro con un mago); “Il combattimento di judo tra la tigre e il drago” (“Rudao longhu bang” – Hong Kong, 2004), di Johnnie To, con Louis Koo, Aaron Kwak e Cherrie In (film d’azione che vede per protagonista Sze-To, un ex campione di judo, ormai alla deriva, che tenta il ritorno sulla pedana).

Veniamo, in conclusione, ad alcuni autentici fenomeni cinematografici degli ultimi anni, arrivati dall’oriente direttamente sugli schermi italiani. Cominciamo con “La samaritana” (“Samaria” – Corea del Sud, 2004), di Kim Ki-Duk, premio per la miglior regia al Festival di Berlino 2004, con Uhl Lee, Ji-min Kwak e Min-jung Seo. Uscito il 15 giugno 2005 sugli schermi italiani, racconta la storia di una ragazzina, Jae-Young, giovane prostituta, e della sua migliore amica, Yeo Jin, che le fa da “manager”, organizzandole gli appuntamenti. In realtà, si tratta di due compagne di liceo, a Seul, che sognano di fare soldi nel minor tempo possibile per andare in Europa. Solo una delle due trova il coraggio di prostituirsi, con leggero spirito orientale; mentre l’altra non sarebbe d’accordo, ma l’aiuta prendendole gli appuntamenti. Jae-Young s’innamora di un cliente ma rinuncia ai propri sentimenti per non ferire l’amica, già molto gelosa. Un giorno, per sfuggire all’arresto, la giovanissima prostituta si lancia da una finestra e muore. L’amica prenderà appuntamento con tutti i clienti di Jae-Young, per offrire loro un rapporto sessuale e restituire anche i soldi che l’amica aveva percepito prostituendosi con gli stessi uomini. Il regista Kim-ki-Duk tratta la sessualità ed i relativi sensi di colpa, specialmente dal punto di vista del rapporto con la religione. Il titolo può apparire farneticante, ma è suggerito dalla figura della samaritana che dà acqua a chi ha sete, e solo vedendo il pur non totalmente compiuto film se ne può comprendere il significato, pur potendo non condividerlo. In effetti, anche se il titolo non è proprio convincente, non si può dire che il regista coreano (apprezzato nei due anni precedenti per “Primavera, Estate, Autunno, Inverno”, e per “Ferro 3”) sia scivolato nella volgarità, nonostante abbia camminato sui binari delicatissimi della prostituzione e della sessualità in giovanissima età. Apprezzabile il fatto che non ci siano cadute di stile. Poi, è inutile ricordare al pubblico più attento le più recenti realizzazioni di Kim-ki-Duk, sempre molto attivo, con una media di film girati molto alta, sempre con un buon riscontro internazionale, e che sin qui hanno sempre raggiunto i grandi schermi italiani. Ormai, il pubblico italiano più attento ha imparato bene a conoscerlo.

Torniamo in Corea, per chiudere con “A Bittersweet Life” (Dal kom han in-saeng – Corea, 2005), di Kim Jee-woon, con Lee Byeong-Heon, Sin Min-ah e Kim Young-cheol. Il film deve la sua discreta popolarità internazionale al fatto di essere stato presentato fuori concorso al Festival di Cannes. Narra la storia di Sunwoo, manager di un lussuoso albergo di Seul, e uomo di fiducia del capo-mafia del luogo, tale Kang. Per Sunwoo, la vita va avanti tra agii e violenze, fino a quando il boss gli dà un compito assolutamente inedito: quello di scoprire se la compagna lo tradisce. Sunwoo scopre che, effettivamente, l’avvenentissima ragazza del boss – che si chiama Heesoo – ha un amante, ma non ne fa parola con Kang, in quanto si ritrova anch’egli innamorato della ragazza in men che non si dica. Di lì la vita di Sunwoo, manager di giorno e pericoloso delinquente al tramontar del sole, cambia drasticamente. Kang non si fida più di lui, e – anzi – gli dà la caccia per vendetta. Ne nasce un’autentica faida. Come spesso accade con il cinema coreano degli ultimi vent’anni (tra l’altro, l’unico che sia riuscito ad esportare in maniera convincente e con regolarità), troviamo molta violenza, ma anche una confezione molto elegante e patinata, così com’è la fotografia, come sono gli ambienti (in particolare, l’albergo), come sono anche i protagonisti, crudeli ed eleganti al contempo.

Così si chiude questa panoramica sulla “renaissance” del cinema asiatico degli ultimi 15-20 anni circa, attraverso una rassegna come “AsiaticaFilmMediale – Incontri con il Cinema Asiatico”, ma non solo (come abbiamo visto, sono molte le pellicole che giungono dall’Asia direttamente nei cinema della nostra penisola). Il cinema d’oriente è tornato ad avere un buon numero di pellicole presenti nelle nostre sale, con un numero sempre maggiore di estimatori.

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