Patria

PATRIA - F. Pannofino e R. Citran R“Patria” è il titolo dell’ultimo film di Felice Farina, il regista di intelligenti ironie sia sul matrimonio – “Sposi” (1988) – sia su certa realtà di notevole piccolezza umana com’è quella condominiale – “Condominio” (1990) -, fino al recente e impegnativo “La fisica dell’acqua” (2009). Interpretato da Francesco Pannofino, Roberto Citran (ricorderete la ‘Coppa Volpi’ di miglior attore al Festival di Venezia del 1994 per “Il Toro”, del compianto Carlo Mazzacurati) e Carlo Giuseppe Gabardini, “Patria” è ispirato all’omonimo libro di Enrico Deaglio, edito da Il Saggiatore, ed esce nelle sale italiane giovedì 26 febbraio. Il libro di Deaglio è stato rivisitato dando luogo ad un soggetto steso da Beba Slijepcevich e Felice Farina, per poi essere sviluppato in sceneggiature da Beba Slijepcevich, Felice Farina, Luca D’Ascanio e Dino Giarrusso. Dopo aver assistito alla proiezione e conferenza stampa, in questi giorni a Roma, possiamo dire che meritano una menzione la fotografia di Roberto Cimatti ed il montaggio di Esmeralda Calabria. Proviamo a sintetizzare la storia di un film piuttosto impegnativo, liberamente tratto da un libro ancor più complesso. Una fabbrica chiude e licenzia, ed è l’ennesima nel torinese. Addio posti di lavoro, addio identità, addio certezze. Salvatore “Salvo” Brogna (Francesco Pannofino), operaio, si arrampica sulla torre della fabbrica, per protesta o forse solo per rabbia cieca, minacciando di buttarsi giù. Giorgio (Roberto Citran), operaio rappresentante sindacale, di carattere e fede politica del tutto opposti, arriva per salvarlo dalla caduta. Il terzo, Luca (Carlo Giuseppe Gabardini), ipovedente e autistico, custode assunto in quota ‘categorie protette’, si aggiunge scalando eroicamente la torre per far loro compagnia. Nell’arco di una notte, abbandonati da tutti, nella disperata attesa che arrivi qualche giornalista, questi tre punti di vista così diversi sul mondo ripercorrono gli ultimi trent’anni della vita del Paese, gli anni che li hanno portati su quella torre pericolosa. Anni di occasioni sprecate, di speranze tradite, di crimini e stragi, di ribaltoni e giochi di potere. Li rivediamo anche noi questi anni attraverso il montaggio del materiale d’archivio e, come contraltare di questa danza perversa degli eventi, quasi a rimarcarne l’assurdità, rimane il semplice buon senso di tre uomini senza alcun potere, appesi in cima ad una torre, che aspettano qualcuno, chiunque, mentre senza accorgersene costruiscono un’amicizia. Felice Farina, a noi della stampa, dichiara: “Il libro da cui è nata l’idea del film l’ho comprato appena uscito, citato in una serata di discussioni sull’anomalia politica berlusconiana. Le perplessità si stavano facendo universali, così come la sensazione di un cambiamento ormai irrimediabile; molti riflettevano su cosa fosse successo. Il bisogno di raccontare in qualche modo il Paese si è condensato d’istinto nelle emozioni della lettura, nel racconto di trent’anni di turbinosi cambiamenti che cercano di rispondere alla domanda che i due protagonisti si pongono all’inizio del film: ‘come siamo finiti così?‘. Un arco di tempo così denso di fatti importanti non si può raccontare nel tempo di un film: questo era l’ostacolo da superare. Ho tradito le forme del documentario con un esperimento, inseguendo la memoria di un film amato, che è ‘Hiroshima mon amour‘ di Resnais: quel modo di legare i frammenti di repertorio allo svolgersi di un racconto presente, quel fonderli in una sola cosa sincronizzando le emozioni della Storia a quelle dell’azione scenica. Il risultato è indefinito, come indefinito è l’oceano di ombre e luci della memoria. Durante il montaggio abbiamo scelto di affidarci sempre più a questo movimento, evitando di attribuire ai personaggi ricordi o evocazioni, e ricercando invece le emozioni possibili perché fossero queste ultime a rivelare il racconto”. Invece, Enrico Deaglio ci dice: “Io mi sento onorato da questo film, in particolare perché sono l’autore del libro da cui è tratto. Lo scrissi in un anno, chiuso in casa con milioni di sigarette, e il conforto di Andrea Gentile a scrivere le note, a trovare le fonti, a dare gli spunti essenziali. Il titolo era imponente e provocatorio – Patria – e aveva l’ambizione di parlare di quello che era successo all’Italia negli ultimi trent’anni. Il testo era una collezione di notizie, fatti, discorsi, statistiche, con la trovata di metterli tutti al tempo presente, come si fa nei film. L’Italia – la patria, il paese più bello del mondo, oppure ‘sto cavolo di posto in cui viviamo e che non cambierà mai, a seconda degli stati d’animo – è stata tutto e il contrario di tutto e nel libro come nel film c’è tutto, anche un po’ l’eco delle parole di Primo Levi: ‘racconteremo ma non saremo creduti‘. Io non avevo la più pallida idea però di come tutto questo potesse diventare un film, ma Felice Farina ha fatto uno splendido lavoro sulla disperazione italiana; ha fatto un film popolare italiano, come non se ne facevano più da parecchio tempo. Altro grande pregio: l’ha fatto con pochi soldi. Mi piace molto la sceneggiatura, i dialoghi, le facce degli attori. Mi piace che la sceneggiatura sia stata scritta da una giovane donna serba. Il montaggio di Esmeralda Calabria è strepitoso, perché ha rotto la barriera tra fiction e repertorio. Il film è il sogno della nostra storia, visto dall’alto. Comunica vertigini. Per fortuna i nostri tre compagni di strada, di vita, di stabilimento, alla fine non muoiono”. In conclusione, un film da vedere, per riflettere. Ma non è un film politico, così come a molti farebbe comodo pensare (per parlarne bene o male, a seconda dei punti di vista); piuttosto, sarebbe più corretto parlare di film sociale. Poi, certamente, all’interno del ‘sociale’ convivono il ‘politico’, il mondo del lavoro, come siamo oggi e come e perché siamo diventati quel che siamo. Un cinema sociale che da tempo non si vedeva sui nostri schermi, sovraccarichi di commediole nazionali e di sciocchi blockbuster internazionali.

PATRIA 01 - Gabardini, Pannofino, Citran

Autore: Franco Baccarini

Scrittore, saggista, autore di articoli per giornali cartacei e telematici, di testi per il teatro e di cortometraggi.
Teatrografia
2007 – Autore del dramma in atto unico “Insostituibili assenze”.
Filmografia
1996 – Soggettista, sceneggiatore e regista del video-clip “Anatomia dell’altro volto di una metropoli”.
2012 – Soggettista e sceneggiatore del cortometraggio “La ragazza e il mare” (regia di E. Colombo).
2013 – Soggettista e sceneggiatore del cortometraggio “Un amore da proteggere” (regia di L. Greco).
Bibliografia
2008 – “Bioetica animalista. Dagli aspetti socio-filosofici alle applicazioni pratiche nella sperimentazione clinica dei farmaci” (Edizioni Universitarie Romane).
2009 – “La Tecnoetica nel Cinema. Bioetica del Futuro” (Edizioni Palombi).
2010 – Capitolo “Tecnoetica nel Cinema” all’interno del volume “Tecnicizzare l’uomo o umanizzare la tecnica?” (Edizioni LEV), di Autori Vari.
2012 – “Tecnoetica e Cinematografia” (Edizioni Universitarie Romane).
2013 – “Tecnoetica e Cinematografia (in versione e-book)” (Edizioni Universitarie Romane).

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