Plastic Food abbraccia l’arte fiorentina

Cirri, Potsy, Plastic FoodL’arte non è morta!
L’arte e il suo comunicare non sono morti, possono essersi addormentati, sonnecchiare, restare immobili, col fiato sospeso ad osservare l’umanità.
Il comunicare dell’arte stessa può non essere compreso, soprattutto quando tocca tematiche di una sconcertante attualità; soprattutto quando vengono inseriti in contesti trasbordanti di quell’arte rinascimentale che lascia senza fiato. Allora possiamo dire che siamo difronte ai cambiamenti… di prospettiva. Oggi, non possiamo più dire:”mi piace… non mi piace”. Dovremmo osservare e poi informarci e chiedere… e poi dire: ho capito! Ho capito, non mi piace. Siamo così abituati a guardare l’arte con lo sguardo fugace di una foto, che non ci domandiamo il senso di quello che resta dentro. E così, il brutto è brutto. Lo strano è strano, l’incomprensibile non si cerca di comprendere, l’infinito, non è infinito se non è a portata di mano. Come fosse tutta una sorta di approssimata approssimazione. E l’arte, come nel ‘500 resta per le alte sfere, perché il bello nascondeva messaggi che dovevano essere compresi e un quadro riversava sulla società un’attualità morbosa. Ma poi, arriva qualcuno che porta connubi, intersezioni, manie, emozioni. L’arte moderna che esplica l’essere odierno, inserita tra le pagine aperte della storia dell’arte, che sono le nostre città, il nostro quotidiano. Come una famiglia grande dove c’è un bambino, un ragazzo, e legami forti. Allora, la forza straordinaria che si genera, è capace di creare e andare oltre l’attuale, proiettarsi nel futuro. Comprendere il momento e regalarcelo in tutto il suo macabro splendore di società. Siamo così abituati a dare la colpa alla società, da non prenderci più le nostre responsabilità. E così, l’arte non ci piace più. Meglio i selfyes. Ma poi, arriva chi ci sbatte la realtà in faccia, come un buon genitore: “fai ciò che vuoi, vai dove vuoi, ma, vedi, non va bene”! E allora apriamo gli occhi e vediamo… PLASTIC FOOD. Assolutamente da vedere, chiedere, cercare di capire. Plastic Food si insinua tra la cinquecentesca fiorentinità per trasudare dai suoi pori l’attualità, l’oggi, per metterci di fronte alla sconcertante realtà. Come un’urgenza. Ma abbiamo perso la strada. Carichi di altro da fare. Plastic Food, ci dice: vedi questo? Lo hai prodotto tu! Ieri, ieri l’altro, anche oggi. Devi assumertene la responsabilità. Ma va oltre oltre al dirci produciamo meno rifiuti. Ci dice con un’estrema semplicità e logica, che come gettiamo via qualunque cosa, da un incarto, ad un rasoio usa e getta, così facciamo con i sentimenti, con le emozioni, con le persone. Come se quell’usa e getta spicciolo, si sia insinuato nei nostri pori, nelle nostre cellule… e un’a-sensibilità ormai cronica ci ha prevalicato, come fosse stato uno scalino Darwiniano. Insomma, il prezzo da pagare per sopravvivere ed evolvere… Ma Plastic Food va oltre e guarda la bellezza, con macabra oscenità. Siano o non siamo… cosa siamo… cosa vogliamo essere… Plastic Food ci vede come involucri di bellezza, privi dell’essere, se continuiamo in questa strada. Attecchiamo sulle rive dell’apparire, come involucri esteticamente perfetti, ma privi di quella sostanza che è alla base dell’essere. L’installazione, va a rappresentare questa ideologia di bellezza forzata, e finta, a volte veramente estrema, di chirurgie plastiche fino all’impossibile. Sembra infatti che oggi “l’apparire” a tutti i costi, rappresenta anche il contenuto del “SE”. È inutile cercare di cambiare con la chirurgia estetica ciò che la natura ha creato in modo già perfetto. Questo non serve a dare contenuti veri alla nostra personalità, ma anzi, mette in evidenza la nostra fragilità esistenziale che insegue falsi stereotipi dell’apparire, per poter essere. Non è nell’apparire la sostanza, ma nell’essere di ognuno di noi. Sarà vero? La nostra personalizzazione, il costruire la propria personalità, viene affidata alle mani esteticamente sapienti del chirurgo, alle voci suadenti delle riviste, al piacere di un momento, perché poi, è troppo e ci annoia. C’è altro. Già, ma ci siamo dimenticati che tutto resta. Restano le tette finte e le bocche a mongolfiera nelle bare della morte, resta la plastica accartocciata e gettata, restano le cose dell’usa e getta, restano le discariche, resta il vuoto di emozioni e di sentimenti. Restano le vuote persone. Resta il vuoto intorno. Resta il senso di malessere, restano belle foto. Sembra proprio che, i saggi non vengano ascoltati, le verità negate. E allora, ecco PLASTIC FOOD. Insomma, se nelle navi spaziali ci si nutre di pillole iperconcentrate… dalla terra dobbiamo scappare perché sepolti e sepoltori di plastiche indigestibili. E pure costose! Nella foto, Massimo Cirri (Caterpillar rai2) insieme all’artista Pierluigi Monsignori Potsy e un elemento dell’installazione Plastic Food, a Firenze Palazzo Medici Riccardi e Villa Le Rondini, dal 9 al 20 marzo 2015 durante ARTOUR-O.

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Isabella Ceccarelli

Autore: Isabella Ceccarelli

Isabella Ceccarelli Isabella Ceccarelli, classe '75, giorno e mese fatale: 11 Novembre, data dedicata a San Martino, quando ogni mosto è vino. La contraddistingue una spiccata passione per il vino. Ma anche per l'arte e la poesia. Partecipa a mostre ed è instancabile nello scrivere poesie e pensieri (che vorrebbe mettere in un blog). Tutto legato dall'ormai sconosciuto filo conduttore dei sentimenti e dalla vena di una sottile cultura. Cell. +39 346 0632204