“Un mondo fragile” di César Augusto Acevedo

posterMondoFragile“Un mondo fragile” (titolo originale “La tierra y la sombra”) è il titolo di un film scritto e diretto da César Augusto Acevedo, in uscita nei cinema italiani il 24 settembre. Acevedo si avvale della fotografia di Mateo Guzman, del montaggio di Miguel Schverdfinger e di un cast attoriale composto da Haimer Leal (Alfonso), Hilda Ruiz (Alicia), Marleyda Soto (Esperanza), Edison Raigosa (Gerardo) e José Felipe Cardenas (Manuel).

In breve, vediamo la sinossi.

Alfonso è un vecchio contadino che, dopo diciassette anni, torna dalla sua famiglia per accudire il figlio Gerardo, ora gravemente malato. Al suo ritorno, ritrova la donna che era un tempo la sua sposa, la giovane nuora ed il nipote che non ha mai conosciuto, ma il paesaggio che lo aspetta sembra uno scenario apocalittico: vaste piantagioni di canna da zucchero circondano la casa ed un’incessante pioggia di cenere, provocata dai continui incendi per lo sfruttamento delle piantagioni, si abbatte su di loro. L’unica speranza per tutti è andare via, ma il forte attaccamento a quella terra rende le cose più difficili. Dopo aver abbandonato la sua famiglia per tanti anni, Alfonso ora cercherà di salvarla. Per stessa ammissione del regista, “Un mondo fragile” nasce da un dolore personale. Quando Acevedo iniziò a scrivere la sceneggiatura, sua madre era già morta, il padre era come se non esistesse e l’impossibilità di concepire ricordi stava condannando Acevedo a perderli completamente. E’ nata così la necessità di realizzare un film che gli avrebbe permesso di recuperare le persone più importanti della sua vita, usando il linguaggio cinematografico. In quel momento l’autore ha deciso di partire dal suo privato, dalle persone e dagli eventi più importanti della sua vita, per riflettere su ciò che erano state le loro vite insieme e su ciò che avrebbero potuto essere. Per questo motivo ha costruito una casa fatta di parole, mettendo all’interno tutto ciò che egli desiderava. Così facendo, egli sperava ancora di ritrovare quelle persone; credeva nell’idea di condividere ancora un po’ di tempo insieme a loro, per un’ultima volta. Presto, però, si è reso conto che si trattava di un grave errore: aveva riempito quella casa di fantasmi che vagavano da una stanza all’altra senza riconoscersi tra loro, incapaci di esprimere ciò che veramente provavano. Non è stato facile capire (e sono proprio le parole del regista) che aveva bisogno di una certa distanza per costruire personaggi più umani. A quel punto poteva solo andare avanti ed accettare che quello che più desiderava al mondo se ne era andato per sempre. Il film è diventato quindi uno strumento per tornare alle sue origini e per affrontare l’oblio. Nonostante l’inevitabile rottura familiare e la solitudine che questa ha portato, voleva trasmettere l’importanza di tenere ben saldi i fragili fili che ci uniscono alle persone che amiamo di più, indipendentemente dal fatto che, in alcune occasioni, le passioni interne che consumano i nostri cuori provocano emozioni volente. Per questa ragione ha voluto dedicare un po’ di tempo ad un’altra famiglia: una famiglia che ha un’occasione finale per ritrovarsi e per affrontare le proprie responsabilità ed il proprio dolore prima che sia troppo tardi. La carica drammatica di questo conflitto, però, non sta tanto nelle parole, quanto nei silenzi, nella distanza fra i corpi, negli sguardi che non si incontrano e nelle piccole azioni, come il cibo che si raffredda sulla tavola. Ciò che è veramente importante non lo si vede tanto in quello che i personaggi mostrano o dicono, ma si trova soprattutto in quello che essi nascondono e che spesso nemmeno loro sospettano di portarsi dentro. Poiché le sue origini sono saldamente ancorate alla geografia della Valle del Cauca, in Colombia, Acevedo ha scelto di ambientare il film in questo microcosmo (una famiglia composta da cinque persone, una piccola casa ed un albero circondato da un soffocante campo di canne da zucchero) per raccontare come la falsa illusione del progresso tecnologico abbia minacciato la storia, la memoria e l’identità di un intero popolo. Ha utilizzato il linguaggio cinematografico per dare visibilità ad alcuni dei più grandi problemi sociali legati alla travolgente espansione dell’industria dello zucchero in questa regione: la trasformazione del paesaggio, la distruzione del terreno, il fallimento economico dei piccoli contadini, la povertà, la malattia e l’emigrazione. Questo film risponde ad un urgente bisogno di porre l’attenzione sull’importanza delle popolazioni rurali di appartenere alle loro terre, sulla loro valorosa lotta e resistenza, fondamentale in un paese dove l’identità della varietà dei popoli è costantemente minacciata. “Un mondo fragileè un inno alla vita, alla libertà, alla dignità ed alla speranza. E’ un tentativo onesto per ripensare al modo in cui vediamo noi stessi. Forse in questo modo possiamo capire che ciò che ci lega gli uni agli altri è qualcosa di più dell’indifferenza e che solo restando uniti saremo in grado di affrontare la dimenticanza. Concludo con una breve nota biografica del giovane regista, anche perché ancora sconosciuto in Europa. César Acevedo è nato nel 1987. Si è laureato con lode presso la facoltà di Comunicazione Sociale dell’Università del Valle (Cali, Colombia), presentando come tesi proprio la sceneggiatura di “Un mondo fragile”. Una storia, evidentemente, molto sentita dal regista, come d’altronde abbiamo già compreso. Non resta che attenderlo nelle sale italiane tra poco più di un mese.

Autore: Franco Baccarini

Scrittore, saggista, autore di articoli per giornali cartacei e telematici, di testi per il teatro e di cortometraggi.
Teatrografia
2007 – Autore del dramma in atto unico “Insostituibili assenze”.
Filmografia
1996 – Soggettista, sceneggiatore e regista del video-clip “Anatomia dell’altro volto di una metropoli”.
2012 – Soggettista e sceneggiatore del cortometraggio “La ragazza e il mare” (regia di E. Colombo).
2013 – Soggettista e sceneggiatore del cortometraggio “Un amore da proteggere” (regia di L. Greco).
Bibliografia
2008 – “Bioetica animalista. Dagli aspetti socio-filosofici alle applicazioni pratiche nella sperimentazione clinica dei farmaci” (Edizioni Universitarie Romane).
2009 – “La Tecnoetica nel Cinema. Bioetica del Futuro” (Edizioni Palombi).
2010 – Capitolo “Tecnoetica nel Cinema” all’interno del volume “Tecnicizzare l’uomo o umanizzare la tecnica?” (Edizioni LEV), di Autori Vari.
2012 – “Tecnoetica e Cinematografia” (Edizioni Universitarie Romane).
2013 – “Tecnoetica e Cinematografia (in versione e-book)” (Edizioni Universitarie Romane).

Leave a Reply

Your email address will not be published.