“Lo Squadrone – Dispacci dalla guerra di ‘ndrangheta”

Serie tv in 4 episodi da 50' in prima visione in seconda serata su Rai 2 dal 21 marzo

Lo-SquadroneCAST TECNICO
Regia Claudio Camarca, scritto da Claudio Camarca, musiche Riccardo Cimino, capo montatore Benedetto Sanfilippo, fotografia Antonello Sarao, fonico Marco Fazzalari, Domenico Rotiroti, Stefano Civitenga, prodotto da Sandro Bartolozzi, direttore di produzione Barbara Meleleo, una produzione Clipper Media, in collaborazione con Rai 2, Regione Calabria, Fondazione Calabria Film Commission.
Opera realizzata con il sostegno della Regione Lazio – Fondo regionale per il cinema e l’audiovisivo
Durata: 4 episodi da 50’

SINOSSI
Dal 1991, anno della composizione del Reparto, lo Squadrone Eliportato Carabinieri Cacciatori di Calabria ha prodotto: oltre 8000 arresti, catturato 282 latitanti di ‘ndrangheta, scovato oltre 400 bunker. Sembra una guerra, combattuta in qualunque luogo al mondo, immagini scattate in Messico o in Colombia, non ad un ora di aereo da Roma e a quindici chilometri da Reggio Calabria. Una guerra vicina, più di quanto si possa immaginare. Combattuta in mimetica, fucili mitragliatori, all’interno di trincee scavate nelle rocce dell’Aspromonte. Quattro episodi da 50 minuti, scritti e diretti da Claudio Camarca, serie tv di genere factual prodotta da Clipper Media in collaborazione con RAI 2, con il sostegno della Calabria Film Commission, per raccontare uno spaccato reale dello Squadrone Eliportato Carabinieri Cacciatori di Calabria, in grado di superare l’immaginazione, ad alto tasso di azione e di suspense, in cui un manipolo di uomini coraggiosi rischia ogni giorno la vita per restituire la Calabria alla sua gente.

SINOSSI PUNTATE

PRIMA PUNTATA – PIANTAGIONI
Viene presentato lo SQUADRONE ELIPORTATO CARABINIERI CACCIATORI DI CALABRIA, attraverso le due attività principali che ne contraddistinguono l’opera quotidiana: ricerca dei latitanti e ritrovamento ed eradicazione delle piantagioni di canapa. Si scende in un bunker sotterraneo esteso per trecento metri quadrati in grado di nascondere 3 latitanti e una piantagione di oltre seimila piante. Quindi, si risale lungo le pendici aspromontane per individuare un posto di osservazione da cui studiare i movimenti della famiglia di un latitante. Per finire in una piantagione ricavata in un indistricabile roveto protetto da trappole: una piantagione di canapa con piante alte tre metri, bruciate in un pianoro in modo che tutta la contrada veda, tutti gli affiliati sappiano.

SECONDA PUNTATA – SOTTOSOPRA
Nella notte si scende nelle fogne di PLATI’ ricercando il latitante che inseguiamo dalla prima puntata. Risaliamo nei cunicoli e nei bunker e nelle case. Parallelamente, un’altro FALCO dà la caccia al fiancheggiatore del latitante, lungo la cima dei monti, dentro stalle e case abbandonate. In questa puntata, si parla di ‘NDRANGHETA, della sua struttura, delle sue diramazioni, del potere esercitato col terrore. Si scovano nascondigli e bunker e si partecipa a perquisizioni nelle case e alla confisca di armi da guerra.

TERZA PUNTATA – IL GENIO
Il perno è POLSI, il Santuario della ‘NDRANGHETA, con le sue celebrazioni delle liturgie che nel recente passato hanno officiato la distribuzione delle cariche all’interno delle cosche. Rastrellamento a San Luca. Perquisizioni delle abitazioni di affiliati. L’arresto di un narcotrafficante. La confisca delle “vacche sacre”: armenti di proprietà di ndranghetisti che attraverso una transumanza selvaggia impongono il controllo del territorio. E, come nelle precedenti puntate, si segue la ricerca del latitante.

QUARTA PUNTATA – ORIZZONTI PERDUTI
Cattura del latitante. Seguendo per intero l’operazione. Al termine della quale, i Cacciatori festeggiano con un barbecue. Per poi ripartire, con nuove perquisizioni e il ritrovamento di una gigantesca piantagione celata nella boscaglia più fitta: ventimila piante di canapa. Rastrellamenti casa per casa. Arresto di un trafficante, con affari in Colombia. Apertura ai legami internazionali, schegge di una holding globale con radicati collegamenti nei cinque continenti, in Germania, a Sidney, Toronto, Johannesburg.

PRESENTAZIONE
Lo SQUADRONE ELIPORTATO CARABINIERI CACCIATORI di CALABRIA viene istituito nel 1991 all’interno del Gruppo Operativo Calabria presso l’aeroporto militare di Vibo Valentia.

Fin dall’inizio il compito precipuo del reparto è di contrastare e mettere fine alla stagione dei sequestri di persona attuati dalle ‘ndrine calabresi per finanziarsi l’acquisto di armi e soprattutto poter entrare e con ruolo di rilievo nel traffico internazionale di stupefacenti. Nel tempo, lo Squadrone si è sempre più impegnato in una vera e propria guerra quotidiana contro la ‘ndrangheta, andandola a snidare dentro casa, nelle forre e nei boschi d’Aspromonte, setacciando il territorio montano palmo a palmo, arrestando oltre duecento latitanti e quasi duemila affiliati.

Mimetica verde, fucili mitragliatori, cannocchiali Swarovski con i quali osservare dalle rupi i vicoli di San Luca e Platì, visori notturni termodinamici, appostamenti infiniti sdraiati in un roveto, marce notturne nelle foreste, irruzioni improvvise paracadutati sul tetto: una guerra quotidiana combattuta a un’ora di volo da Roma, lungo le pendici torve del appennino calabrese e nei vicoli di paeselli abitati da sparute centinaia di abitanti, pastori legati a regole primitive santificate attraverso ritualità pagane innervate nel corpo stesso della comunità, e per questo rispettate da tutti.

Una guerra scandita dalla continua scoperta di piantagioni di canapa terrazzate lungo i monti, piantagioni che vengono eradicate e date alle fiamme in roghi visibili a decine di chilometri, sbuffi di fumo nero pece innalzati oltre le cime degli oleandri, delle tamerici e degli abeti. Una guerra di cui a noi non giunge la minima eco, immagini che sembrano scattate in Messico e Colombia, non a quindici chilometri da Reggio Calabria, o sopra la costa di Tropea.

I CACCIATORI di CALABRIA sono riconosciuti ormai universalmente come reparto di élite all’interno della lotta di contrasto al narcotraffico. Polizie transnazionali salgono in Calabria per studiarne da vicino il modus operandi, la capacità dei BASCHI ROSSI, questo il soprannome, di sapersi adattare ai tanti mutamenti di un organismo criminale in grado di modularsi attraverso le vie della globalizzazione, le realtà sempre meno virtuali nascoste nei meandri del web, rimanendo profondamente radicato ai luoghi di origine, elemento centrale da cui ricavare forza identitaria e quindi centralità di carattere.

Raccontare questo reparto vuole significare anche illustrare una eccellenza italiana. Sottolineare una speranza nello Stato di Diritto all’interno del conflitto che lo vede ergersi contro il malaffare diventato sistema, diventato invero anti-stato.

Raccontare questi uomini equivale a rendere testimonianza di ciò che possiamo, di ciò che dobbiamo.

SCENARIO
“Sei anni di vita”. La nebbia si solleva attraverso le foglie disperse sul terreno. Il bosco d’Aspromonte esala i suoi respiri umidi e grigi. Risaliamo lungo una gobba, gli scarponi franano nella mota, le sopracciglia non trattengono il sudore che stilla lungo il volto chiazzando la t-shirt. Intorno, i Cacciatori di Calabria vanno via che è un piacere. Il passo dei montanari, indumenti del medesimo colore dei lecci. Cercano un bunker. Per queste montagne impervie e mute. Dispiegati in questo inferno verde, mimetizzati nella natura, scambiano pareri con un trillo che mima la beccaccia. A Vibo Valentia, in caserma, adunata ore tre zero zero. Saliti sui mezzi blu scuro, partiti alla volta dei monti. Un’ora e mezza di viaggio. Qualcuno dorme la testa contro il finestrino, chi scruta sul display del cellulare, altri osservano attraverso le brume nuclei abitativi sciancati, carcasse di automobili masticate fino all’osso: un pezzo d’Italia alla deriva, nessuna scialuppa di salvataggio, nessun faro a indicare la costa.

Arrampichiamo nei tornanti, l’autista non ha tempo per andarci leggero: bisogna arrivare al punto di raccolta prima che sorga la giornata, così che nessuno veda, che nessuno allarmi. Il Ducato frena e arretra nella piazzola. Sopraggiunge il resto della Compagnia. Battute e pacche sulle spalle. Sigarette, piegamenti per sgranchire la schiena, frutta secca e bottiglie d’acqua. Ci si inoltra per un viottolo. L’asperità è immediata, voltato un abete i quadricipiti arrancano e il fiato brucia i polmoni. Lo Squadrone si divide in tre squadre di ricerca. Danno la caccia a un bunker interrato nella roccia, nel tronco di un albero, dentro lo specchio del mago di Oz.

I latitanti di ‘ndrangheta sono cani malati. Scompaiono dal mondo. Si fanno pulviscolo e brina. I Cacciatori danno loro la caccia, appunto. Guatano, chiedono, bussano a tutte le porte che incontrano e anche a quelle che non sono per strada. Non ci dormono la notte, si fanno venire la gastrite, spulciano l’Aspromonte come ne andasse della loro vita, e forse è davvero così: se non afferrano il bastardo il pasto diventa fiele, la famiglia non basta a lenire la frustrazione.

L’ultima canaglia pescata nella rete è un fiore da apporre all’occhiello, una star del circo orrifico in cui sta precipitando il Paese: Ernesto Fazzalari. Capobastone, omicida, reggente del clan omonimo. Vent’anni di latitanza dura, a tal punto da divenire un avversario riconosciuto per chi gli stava sulle piste, per questi ragazzi qui attorno che hanno speso ogni ora di straordinario, annullato i giorni di riposo, cancellata la parola vacanze dal dizionario personale.

“Dietro a lui ho speso gli ultimi sei anni di vita”. Il maresciallo a capo della Squadra Falco 11 lo ripete appoggiandosi al tronco segato alla base. Lo Squadrone è diviso per Squadre. Ogni Squadra opera in un proprio territorio. Il maresciallo ha convissuto con questa punta di lancia infitta nel costato. Si è inerpicato ogni notte nella foresta. Controllato chilometri di sentieri nel tentativo di percepire la parvenza di un’orma grattata nel fango. Immobile per ore sotto un cespuglio, il binocolo inchiodato alla pupilla. Lui e gli uomini del reparto hanno stretto sempre più la morsa. Gli alitavano sul collo. Giungevano un istante di ritardo a scoprire un bivacco, una tana ormai fredda. Quattro mesi fa, BINGO! hanno capito di averlo a tiro. Ristretto il campo operativo, un groviglio di alberi e cespugli e fronde indistricabili che nemmeno permettono alla luce di filtrare. A quel punto hanno aspettato. Coordinandosi con gli altri reparti, organizzando alla perfezione per ognuno il proprio compito, lavorando di scaltrezza e intelligenza e mestiere, e sperando nel momento di disattenzione, nella sicumera che nel tempo ha preso possesso del inseguito. “Riuscivo a fare altro, certo. Operazioni in altre zone, scoperta di piantagioni di canapa, irruzioni, arresti: ma tornavo sempre a lui, Fazzalari mi è entrato nelle vene”. Il punto debole si è rivelata la compagna. 41 anni, bella, a tutti gli effetti donna di ‘ndrangheta. Da sempre legata al suo Ernesto. In comunione con quella vita dannata. Disposta a raggiungerlo nei dirupi, nelle forre, nelle cascine periferiche. Desideravano un figlio, ne persero il primo anni addietro. Sulle tracce di lei, alla fine sono arrivati al “moroso”, scovati al primo albeggiare in un letto matrimoniale di fianco l’entrata di un casolare arroccato al termine di un tratturo perduto nel bosco. Lo Squadrone dei Cacciatori ha cinturata la zona, il Comando Territoriale ha diretto l’azione, il GIS ha esplosa la porta blindata non dando il tempo a quello di riprendersi, arrestato alla fine di una notte che sognerà per i trent’anni di carcere. “Siamo arrivati a notte fonda su per stradelli torti, guidando a fari spenti, incuneati per vicoli non battuti. Nessuno ci ha visti, nessuno ci ha sentiti”. Il Comandante dello Squadrone ricorda un attore francese in un film di Pontecorvo. “Parcheggiato i mezzi, le Squadre dei Falchi sono partite sotto gli ordini diretti dei rispettivi Comandanti. Equipaggiate coi visori notturni. Non ci aspettavamo quella nebbia fitta come un sudario”. Intorno lo Squadrone continua la perlustrazione, strisciando in un roveto, ascendendo gobbe montane in caccia di questo stramaledetto bunker.

“Non si vedeva a un palmo di distanza. Gli uomini hanno proseguito in fila indiana, il braccio levato sulla spalla del compagno davanti. Tre chilometri alla cieca”. L’orgoglio trapela da quel mezzo sorriso. “In quelle condizioni hanno impiegato più tempo del previsto a avvicinarsi all’obiettivo. In compenso quella nebbia attutisce i rumori”. Arrivati al casolare, lo Squadrone si è dislocato impedendo qualsiasi via di fuga. Recisa una parte della rete. E annunciato: “il target è nostro”. A quel punto, l’azione finale, il culmine definitivo di anni di appostamenti pedinamenti controlli incrociati notti trascorse all’addiaccio.

“Mi sono perduto il primo dentino di mio figlio e quasi tutti i compleanni. Discusso con mia moglie non ti sto a dire. E mi sento in colpa per tutte le assenze. Ma questo mestiere lo fai solo così. Vedere la faccia di Fazzalari, le braccia dietro la schiena, lui che non dice una parola: ne valeva la pena”. Il giovane comandante della Squadra Falco 11 raggiunge i suoi uomini venti metri avanti. Hanno individuato un tubo di plastica sotterrato in un cumulo di fango. Al suo interno gli affiliati alle ‘ndrine ci nascondono fucili e pistole. Mi affretto per mettermi al passo. A me questi uomini non va di lasciarli da soli.

NOTE DI PRODUZIONE – PROGETTO NARRATIVO
Nostra intenzione è proporre una serie televisiva di grande impatto scenico incentrata sulle reali e quotidiane attività dello Squadrone Eliportato Cacciatori di Calabria. Mettendo in scena niente altro che l’opera di contrasto e repressione attuata contro la ‘ndrangheta.

La caccia ai latitanti; la distruzione delle piantagioni di canapa; l’arresto degli affiliati alle ‘ndrine; le perquisizioni nei casolari; la ricerca dei bunker celati sottoterra; i rastrellamenti casa per casa; gli appostamenti nelle grotte per controllare non visti luoghi quali Platì, San Luca, Africo; la confisca di armi illegali non denunciate; il recupero di inverosimili quantità di denaro interrato nelle campagne; il sequestro di carichi di droga, sia raffinata in Calabria sia proveniente dall’estero per essere poi smistata attraverso il porto di Gioia Tauro sulle rotte del traffico europeo.

Drammatizzando ovviamente le storie che andiamo a seguire. Incentrandole ad ogni puntata su uno, se non due protagonisti principali. Da poter seguire anche al di fuori della sola attività di indagine e intervento, scoprendo il lato privato, famigliare, in modo da raccontare l’uomo dentro quella tuta mimetica. Offrendo così allo spettatore la possibilità di immedesimarsi, di empatizzare con il Cacciatore accompagnandolo nella sua ricerca ossessiva, nella fatica di arrampicarsi in montagna, gettarsi dall’elicottero eseguendo il FAST ROPE agganciato alla fune, appiattarsi lungo il greto di un torrente in attesa del coltivatore da sorprendere al momento in cui va a innaffiare le piante di canapa.

Un FACTUAL ambientato in una reale guerra combattuta tra due eserciti contrapposti all’interno del Paese che viviamo. Uno scontro di cui incredibilmente non si parla, giungono rari echi e che invece ha ricadute economiche, politiche, sociali di portata internazionale. Basato su indagini, analisi, osservazione, arresti, inseguimenti, colluttazioni, interrogatori, attese, appostamenti. Operazioni di polizia attraverso modalità proprie a un esercito in battaglia.

Un racconto teso, nervoso, giocato su vari piani di ripresa: non solo la mera osservazione di quanto accade davanti ai nostri occhi, in faccia alle macchine da presa; ma soprattutto la possibilità, offerta dalla disponibilità e dalla familiarità ottenuta con gli stessi Cacciatori, di trovarsi, di essere dentro l’azione, coinvolti insieme a loro negli accadimenti documentati attraverso il loro svolgersi, sfogliandoli mentre succedono, rammaricandosi al momento che quel bunker risulta oramai abbandonato, gioendo alla cattura del ricercato nascosto in un buco scavato al fondo di un vigneto.

Crediamo che possa tracciarsi nel suo profilo come un prodotto di respiro internazionale. Divenendo la ‘ndrangheta oramai una tra le maggiori organizzazioni criminali del mondo intero, filiale e complice dei grandi trust latino americani, perno assolutamente principale dell’intera filiera del narcotraffico europeo e asiatico: nonché maestosa lavatrice di denaro ricavato da operazioni criminose della più varia natura: dal riciclaggio dei rifiuti tossici, al traffico degli esseri umani, via via lungo tutto quanto concerne edificazioni industriali, movimento terra, appalti per commesse internazionali.

Il dato che più di ogni altro colpisce, è che questo intero universo criminale, tracciato sulle rotte transoceaniche e all’interno matematico di uno schermo di computer, viene comandato gestito pilotato da qualche decina di “pecorai” assisi nelle casupole di San

Luca Platì e qualche altro villaggio arroccato nelle asprezze d’Aspromonte: noi vorremmo scrivere e spedire i nostri dispacci da quelle trincee incavate nelle montagne, portati a mano da uomini in mimetica, appostati, fucili alla mano, in caccia delle loro prede.

Parlate della mafia, parlatene alla radio, in televisione e sui giornali. Però parlatene. Paolo Borsellino

Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli, le pressioni Questa è la base di tutta la moralità umana. John Fitzgerald Kennedy

Se la foto non è buona, non eri abbastanza vicino. Robert Capa

FONTE: Ufficio stampa REGGI&SPIZZICHINO

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