Il Prigioniero Coreano, un film di Kim Ki-duk

Con Ryoo Seung-bum, Lee Won-gun, Kim Young-min, Choi Guy-hwa - Corea del Sud 2016

il prigioniero coreanoPERSONAGGI E INTERPRETI

Il prigioniero: Ryoo Seung-bum

La guardia: Lee Won-gun

L’investigatore: Kim Young-min

Il dirigente: Choi Guy-hwa

CREW

Regia, sceneggiatura e fotografia: Kim Ki-duk

Montaggio: Park Min-sun

Musica: Park Young-min

Scenografie: An Ji-hye

Costumi: Lee Jin-sook

Produttore esecutivo: Kim Ki-duk

Produttore: Kim Soon-mo

FESTIVAL

41° Toronto International Film Festival (2016)

73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia (2016)

Dovrà lottare per tornare dalla sua famiglia.

UNA STORIA DI ACQUA E DI GUERRA

«Fai attenzione: oggi la corrente va verso Sud», lo avvisa una sentinella, ma a fare attenzione, a farne sempre molta, il pescatore Nam Chul-woo ci è abituato. Del resto, non puoi permetterti distrazioni quando abiti in un villaggio della Corea del Nord e ti muovi ogni giorno sulla linea di confine. Confine d’acqua, nel caso di Nam, ed è proprio l’acqua a tradirlo: una delle reti, infatti, si aggroviglia attorno all’elica della sua piccola barca, il motore si blocca e la corrente che «va verso Sud» trascina lentamente (inesorabilmente) il povero Nam in zona nemica…

Si apre così Il prigioniero coreano, attesissimo ritorno di Kim Ki-duk alla narrazione politica. Un dramma che sviluppa e moltiplica il tema del doppio, così com’è doppia la Corea, raccontando intensamente una grande storia collettiva attraverso la storia (l’innocenza) di un singolo individuo. Riuscirà Nam, dopo pressanti interrogatori, a convincere le forze di sicurezza sudcoreane di non essere una spia? Ma soprattutto: riuscirà Nam, dopo il proprio faticoso rilascio, a convincere il potere nordcoreano della propria integrità? È rimasto ancora quello che era, cioè un bravo cittadino devoto, o l’infezione del capitalismo («Più forte è la luce, più grande è l’ombra») lo ha contaminato per sempre?

Lontanissimo dalle tinte forti dell’Isola o di Moebius, Kim Ki-duk parla del presente, parla di una nazione divisa e in perenne stato di guerra, utilizzando – ovviamente a modo suo – la grammatica del thriller. Un autentico thriller dell’anima che la Tucker Film porterà nei cinema italiani il 12 aprile e che trova nell’interpretazione di Ryoo Seung-bum (The Berlin File) tutta la potenza espressiva di cui ha bisogno.

ICH BIN KOREANER

Mi sento più sudcoreano o più coreano? Mi sento, semplicemente, coreano. (…) Il mondo, magari, lo scopre adesso, ma per noi coreani la divisione è una ferita che sanguina da 70 anni. Mio papà ha combattuto in guerra, io sono nato quand’era già finita, però ho fatto il militare e, nell’esercito, mi spiegavano ogni giorno che il mio nemico si chiamava Corea del Nord. (…) Con Il prigioniero coreano ho voluto mostrare un paradosso: guardate come sono simili Nord e Sud. “Là” c’è la dittatura, “qui” la violenza ideologica. E non si tollera che un povero pescatore del Nord, finito per caso fuor d’acqua, voglia ritornarsene a casa. (…) Non si può demonizzare un intero popolo. Il Nord non è solo la Dinastia dei Kim: la gente viene prima. (…) Con tuo fratello e tua sorella magari non ti parli da anni, avete litigato da matti, però sono tuo fratello e tua sorella: chi se ne frega di tre generazioni di Kim? La Corea del Nord non è chi comanda: è il suo popolo, il nostro popolo. Non confondiamola con i suoi dittatori.

Kim Ki-duk (da un’intervista di Angelo Aquaro per la Repubblica)

38° PARALLELO – Una cronologia

(1945) La Seconda guerra mondiale, appena terminata, segna la sconfitta del Giappone e segna anche la fine del suo lungo dominio sulla Corea (35 anni). La penisola viene divisa in due aree di occupazione (russa a Nord, americana a Sud) all’altezza del 38° parallelo.

(1948) Sud: Syngman Rhee viene eletto presidente della Repubblica di Corea. Nord: sorge la Repubblica Democratica Popolare di Corea, retta da un governo comunista presieduto da Kim Il-sung.

(1950-1953) Guerra di Corea.

(1950) Cinque divisioni dell’esercito del Nord, organizzato e rifornito dall’Urss, oltrepassano la frontiera. L’esercito del Sud, mal addestrato e scarsamente equipaggiato, viene rapidamente sconfitto e Seoul viene occupata.

(1951) Dopo un intero anno di ostilità che coinvolgono, sulle opposte barricate, l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti, l’Onu e, infine, la Cina, il presidente Truman apre le trattative con la Corea del Nord. I colloqui di pace iniziano il 10 luglio.

(1953) La fine dei negoziati sancisce il ritorno alla situazione che precedeva il conflitto: la guerra di Corea termina, di fatto, senza vincitori né vinti.

(1954) Si tenta di organizzare una conferenza internazionale per risolvere definitivamente la questione coreana: i lavori si fermano già al secondo giorno… Da allora, nulla è cambiato nei rapporti tra le due Coree.

IL REGISTA

Tacciato in patria di essere un visionario e osannato, invece, nel vecchio continente, Kim Ki-duk sembra appunto aver trovato in Europa quell’America che ancora tarda ad accoglierlo. Distribuite in Italia solo di recente, dal 2003 per l’esattezza, le opere del regista coreano si distinguono per la ricorrenza di tematiche ed elementi duri, mostrati allo spettatore in maniera fredda e quasi naturale. Parliamo di una violenza che, a differenza di tanto cinema contemporaneo, non appare mai fine a se stessa ma, piuttosto, inglobata all’interno di un quadro più grande ed elevato che è quello dell’analisi dell’animo umano.

Nato nel 1960 a Bonghwa, piccolo villaggio della Corea del Sud, a nove anni si trasferisce a Seoul, dove frequenta una scuola di avviamento professionale al settore agricolo. Abbandonati gli studi per problemi familiari si arruola, all’età di vent’anni, nell’esercito. Parentesi altrettanto importante è quella che lo vede avvicinarsi alla religione. L’arte però, altra passione coltivata negli anni, lo trascina violentemente fuori dal suo passato, portandolo a intraprendere un viaggio nel vecchio continente dal sapore bohemien per poi ritornare in Corea nel 1992.

Trascorsi quasi tre anni scrivendo sceneggiature, Kim accetta di cimentarsi nella regia pur non avendo mai avuto esperienza di set. La sua quarta opera, L’isola (2000), rappresenta l’apice di questa prima parte della carriera. La pellicola, infatti, oltre ad essere presentata a Venezia e al Sundance, condensa quell’idea di cinema basata sull’astrazione e sulla quasi totale assenza di un contesto dominante per le storie messe in scena. Nel 2001, invece, realizza Bad Guy, presentato l’anno successivo al Far East Film Festival di Udine, nel quale passato e presente si mescolano e fondono in modo tale da far perdere il concetto stesso di realtà nei meandri della storia.

È il 2003 l’anno della cosiddetta maturità artistica che in Kim trova forma ed espressione in Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera, pellicola che si discosta dalla durezza delle precedenti ma che, allo stesso tempo, contiene un forte equilibrio visivo e narrativo, tanto da consacrare definitivamente il suo autore in tutta Europa. L’anno successivo realizza La Samaritana, film che riporta a galla forti tematiche come la prostituzione e che gli vale l’Orso d’argento a Berlino per la regia.

Autore volitivo e in continua eruzione, Kim nello stesso anno porta in scena Ferro 3, anch’esso energicamente legato alle tematiche giovanili tanto da diventarne in un certo qual modo summa artistica e personale. Il film non tarda ad essere apprezzato, ricevendo il Leone d’argento a Venezia nel 2004. Nei due anni successivi realizza L’arco (2005) e Time (2006), pellicole che in maniera diametralmente opposta analizzano la profondità dell’amore. Negli anni successivi si susseguono i film Soffio (2007), Dream (2008) e Amen (2011). Dopo un periodo di depressione (raccontato in Arirang), Kim Ki-duk torna a Venezia nel 2012 (vincendo il Leone d’Oro con Pietà) e poi, ancora, nel 2013 con Moebius.

Vincenzo Bevar (MYmovies.it)

Filmografia selezionata

L’isola (2000)

Bad Guy (2001)

Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera (2003)

La samaritana (2004)

Ferro 3 – La casa vuota (2004)

L’arco (2005)

Time (2006)

Soffio (2007)

Dream (2008)

Arirang (2011)

Amen (2011)

Pietà (2012)

Moebius (2013)

One on One (2014)

Stop (2015)

Il prigioniero coreano (2016)

Premi

Orso d’Argento per La Samaritana (2004)

Leone d’Argento per Ferro 3 – La casa vuota (2004)

Un Certain Regard per Arirang (2011)

Leone d’oro per Pietà (2012)

3DPRK – Ritratti nordcoreani

Come “prefazione” all’uscita del Prigioniero coreano, la Tucker Film e il Far East Film Festival, che della Tucker è – da sempre – l’interlocutore asiatico, hanno scelto di aprire un affascinante spiraglio sull’impenetrabile Corea del Nord. O, meglio, su un popolo, quello nordcoreano, di cui sappiamo ancora troppo poco. Giovedì 22 febbraio alle 18.00 sarà infatti inaugurata, all’Anteo Palazzo del Cinema di Milano, la mostra fotografica 3DPRK – Ritratti nordcoreani dello sloveno Matjaz Tancic. 19 immagini in 3D scattate a Pyongyang per Koryo Studio che provano a raccontare, con asciuttezza, l’invisibile: la vita quotidiana in Corea del Nord, al di là dei clamori giornalistici e di tutti i luoghi comuni.

La mostra, che si chiuderà l’8 aprile, è organizzata in collaborazione con Anteo Palazzo del Cinema di Milano ed è visitabile tutti i giorni dalle 10.00 alla chiusura delle sale.

«I media – spiega Tancic – si concentrano solo sulle atrocità commesse dalla dittatura e la nostra percezione si spezza, generalmente, a metà: demonizzazioni del potere da un lato, idealizzazioni del popolo dall’altro. Ed entrambi i punti di vista oscurano necessariamente l’identità nordcoreana. Ecco perché ho voluto costruire un progetto focalizzato sulla gente comune: persone di età, condizioni sociali e mestieri differenti, in cui ognuno di noi, ovunque, si può identificare».

Nato a Lubiana nel 1982 e residente a Pechino, Matjaz Tancic porta avanti progetti indipendenti – soprattutto fra Slovenia e Cina – esplorando le possibilità espressive e narrative offerte sul piano socioculturale dal documentario e dall’arte fotografica.

TUCKER FILM

Fondata nel 2008 dal CEC di Udine e da Cinemazero di Pordenone, la Tucker Film è riuscita a ritagliarsi uno spazio ben definito nel panorama italiano della distribuzione indipendente. Due sono i principali filoni operativi: le produzioni legate al territorio e le opere asiatiche. Il secondo filone è nato e si è sviluppato in diretta connessione con il Far East Film Festival, il più importante evento dedicato al cinema popolare asiatico in Europa (di cui il CEC è organizzatore). Tra i numerosi titoli del catalogo, ricordiamo Departures di Takita Yojiro (Premio Oscar 2009 come miglior film straniero), Poetry di Lee Chang-dong (Premio per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 2010), A Simple Life di Ann Hui (Coppa Volpi 2011 per la miglior interpretazione femminile a Deanie Ip).

Oltre a Confessions di Nakashima Tetsuya e In Another Country di Hong Sang-soo, la società friulana ha distribuito L’estate di Giacomo di Alessandro Comodin (Pardo d’Oro Cineasti del presente 2011 al Festival di Locarno), Zoran il mio nipote scemo di Matteo Oleotto (Premio del pubblico Rarovideo 2013 alla Mostra del Cinema di Venezia), TIR di Alberto Fasulo (Marc’Aurelio D’Oro 2013 per il miglior film al Festival Internazionale del Film di Roma), The Special Need di Carlo Zoratti (Audience Award al SXSW 2014 di Austin) e il peplum fantasy Thermae Romae di Takeuchi Hideki, senza dimenticare Tokyo Love Hotel di Hiroki Ryuichi e il grande Progetto Ozu: 6 tra le maggiori opere del maestro giapponese restaurate e digitalizzate dalla storica major giapponese Shochiku.

Dall’Est lontano all’Est vicino, la Tucker Film ha anche distribuito Class Enemy, opera prima del giovane regista sloveno Rok Biček (Premio FEDEORA 2013 come miglior film alla Mostra del Cinema di Venezia) e, nel 2016, Sole alto di Dalibor Matanić (Premio della Giuria Un certain regard al Festival di Cannes 2015), coprodotto da Croazia, Slovenia e Serbia.

Nel 2017, la Tucker Film ha portato in sala Libere, disobbedienti e innamorate di Maysaloun Hamoud, Ritratto di famiglia con tempesta di Kore-eda, I tempi felici verranno presto di Alessandro Comodin e, infine, Easy – Un viaggio facile facile di Andrea Magnani.

FONTE: Tucker Press

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