37° Torino Film Festival 2019

Si apre questo venerdì 22 la trentasettesima edizione del Torino Film Festival, che ho sempre seguito con attenzione, soprattutto negli anni d’oro di questa rassegna, i Novanta ed i primi Duemila

Torino Film Festival 2019-bannerTORINO – Poi, nel tentativo di risollevarne le sorti, sono stati scelti come direttori prima Nanni Moretti, poi Gianni Amelio.  Questa del 2019, invece, è l’ultima edizione diretta da Emanuela Martini, che ha svolto un buon lavoro. Saranno presentati, tra il concorso principale e le sezioni collaterali, ben 149 lungometraggi, 11 mediometraggi e 31 cortometraggi. Di tutti questi, 44 lungometraggi saranno opere prime e seconde, come da tradizione del festival. E tra questi film verranno assegnati i premi principali.
Negli anni Novanta sognavamo un po’ tutti di poter portare un cortometraggio a Torino, con il festival che rappresentava la più grande vetrina indipendente (oltre ad un validissimo concorso internazionale per i lungometraggi), e lo feci anch’io, tentando più volte di superare le durissime selezioni. Erano anni in cui venivano proposti anche più di 250 corti e ne arrivavano al festival solo 25-30. E le stampe, eleganti e voluminose, del catalogo, venivano vendute in tutte le principali librerie, sparendo dagli scaffali in brevissimo tempo.
Passiamo in breve rassegna ciascuno dei film nel concorso principale.

ALGUNAS BESTIAS di Jorge Riquelme Serrano (Cile, 2019)
Bloccate su una remota isoletta dopo la sparizione del loro aiutante e della sua barca, tre generazioni di una famiglia vedono tensioni latenti o sopite esplodere per l’isolamento, lo stress e la fame. Quest’opera prima cilena è un’elegante e spietata dissezione del microcosmo familiare, sul quale troneggia la figura di Alfredo Castro, il patriarca, in un ruolo scomodo e scioccante.

LE CHOC DU FUTUR di Marc Collin (Francia, 2019)
Parigi 1978. Una ragazza cerca di farsi strada nel mondo della electro music in totale autonomia; tra sintetizzatori e macchine avveniristiche, Ana compone la musica del futuro, in lotta contro un mondo che sembra sordo di fronte al suono che verrà. Opera prima di Marc Collin con una meravigliosa Eva Jodorowsky; un film con una splendida atmosfera vintage.

DYLDA / BEANPOLE di Kantemir Balagov (Russia, 2019)
Leningrado, 1945. Iya fa l’infermiera in un ospedale per reduci di guerra. È bionda, molto alta, timida e di tanto in tanto si blocca a causa di un trauma da stress. Masha, invece, è stata al fronte ed è molto più spregiudicata dell’amica con cui va a vivere una volta tornata dalla prima linea. Un dramma siderale, con una regia perfetta che conferma – dopo l’esordio di “Tesnota”, a Torino lo scorso anno – il talento del ventottenne Kantemir Balagov.

FIN DE SIGLO di Lucio Castro (Argentina, 2019)
Ocho e Javi si incontrano a Barcellona. Si piacciono. Scoprono che già si erano incontrati e piaciuti, vent’anni prima. Un breve incontro attraverso il tempo, per scoprire che la realtà e che l’attimo sono soltanto una questione di prospettiva. Un’opera prima argentina nella quale gli interpreti Juan Barberini e Ramon Pujol si mettono in gioco con sensibilità.

IL GRANDE PASSO di Antonio Padovan (Italia, 2019)
Costruire in un fienile un missile per arrivare sulla Luna sembra una pazzia. Nel piccolo bar del Polesine, Mario (Giuseppe Battiston) è considerato lo scemo ed il velleitario del villaggio. Un giorno compare il fratello mai conosciuto, Dario (Stefano Fresi): figli dello stesso padre ma di madri diverse. Dopo insofferenze e bisticci, nasce la complicità. Secondo film del regista di “Finché c’è prosecco c’è speranza”, poetico.

EL HOYO / THE PLATFORM di Galder Gaztelu-Urrutia (Spagna, 2019)
Un uomo si sveglia in una cella con una copia di “Don Chisciotte della Mancia” ed un vecchio vicino di letto. Si trova in una prigione verticale fatta di piani con due prigionieri ciascuno attraverso cui una volta al giorno scende una piattaforma zeppa di cibo: più si è sopra e più ci si abbuffa, mentre più si scende più restano le briciole. Sopravvivere e fuggire non sarà facile. Fantascienza distopica.

HVÍTUR, HVÍTUR DAGUR / A WHITE, WHITE DAY di Hlynur Pálmason (Islanda/Danimarca/Svezia, 2019)
Una macchina precipita da una scogliera. A bordo c’era la moglie di un poliziotto, che tempo dopo è ancora alla ricerca dell’elaborazione del lutto e continua ossessivamente a ristrutturare la casa di famiglia. L’opera seconda di Pálmason parte da uno spunto drammatico per costruire un personaggio vittima della propria rabbia, ragionando con profondità sul lato patologico del dolore.

WHITE LIGHT di Paul Shoulberg (USA, 2019)
Lex è una giovane donna con un dono particolare: sa entrare in empatia con le persone che muoiono. Questo è diventato anche il suo mestiere, gestito con il padre. La stessa sensibilità Lex non riesce ad esprimerla con il resto del mondo, che la terrorizza. Un particolarissimo indie americano con Roberta Colindrez (“I Love Dick”, “The Deuce”) e Judith Light (“Transparent”).

NOW IS EVERYTHING di Riccardo Spinotti e Valentina De Amicis (Italia/USA, 2019)
Un giovane fotografo di moda. La morte del fratello minore. La scomparsa della fidanzata. Sono i tre pilastri dell’esordio di Valentina De Amicis e Riccardo Federico Spinotti, film misterioso e piuttosto sperimentale che guarda a Lynch e a Malick tanto quanto a certe estetiche del videoclip d’autore. Nel cast anche Ray Nicholson (figlio di Jack), Anthony Hopkins, e la bellissima modella Camille Rowe.

OHONG VILLAGE di Lungyin Lim (Taiwan/Repubblica Ceca, 2019)
Sheng-Ji torna nella zona di Taiwan dove è cresciuto; non è riuscito ad affermarsi in città, ma finge che la sua avventura metropolitana abbia avuto successo. Il suo ritorno innesca contrasti con il padre, un umile allevatore di ostriche, ed alimenta l’ambizione di un amico che sogna un futuro lontano dal villaggio. Girato meravigliosamente in pellicola 16mm, quest’opera prima ragiona sull’avidità, sulle false aspettative, sul mito del successo.

PINK WALL di Tom Cullen (UK, 2019)
Jenna e Leon. Sei anni di vita insieme raccontati attraverso sei momenti della loro relazione, uno all’anno: da quando si videro, alla vita in comune, alle prime incomprensioni. Tom Cullen debutta alla regia con un film intimo, giocato su una scrittura accurata e su due attori di notevole sensibilità. Un film sulle difficoltà della vita di coppia.

PRÉLUDE di Sabrina Sarabi (Germania, 2019)
Un giovane pianista, un prestigioso conservatorio, la sacralità delle prove e dello studio, la dedizione assoluta verso la musica, il rigore degli insegnanti. Il sogno di vincere una borsa di studio per la mitica Juilliard School si scontra con l’apparizione di una ragazza che scuote il fragile equilibrio di David. Un ritratto di un’adolescenza fatta di turbamenti e tempeste, pulsioni e passioni.

RAF di Harry Cepka (Canada/USA, 2019)
Raf vive in un seminterrato a Vancouver, si lascia trasportare quasi inerte dalla corrente della vita. Poi incontra Tal, che non è solo ricca, ma energica e determinata, e che sembra tenere saldamente in pugno la vita. Scritto e diretto dall’esordiente Harry Cepka, rielabora in modo eccentrico i canoni dell’indie weird.

LE RÊVE DE NOURA di Hinde Boujemaa (Tunisia/Francia/Qatar, 2019)
Noura ha tre figli, un marito in carcere ed un amante del quale è follemente innamorata. Vorrebbe il divorzio ma quando il marito viene scarcerato in anticipo, la donna è costretta a riprenderlo in casa per non essere perseguita come adultera dalla dura legge tunisina. Una potente opera seconda, il ritratto di una donna forte e passionale che la regista accompagna nel suo difficile percorso di emancipazione in una società profondamente repressiva.

WET SEASON di Anthony Chen (Singapore/Taiwan, 2019)
Una giovane insegnante di cinese in un liceo di Singapore stringe un rapporto di amicizia con uno studente, l’unico interessato alla sua materia. La professoressa sente la mancanza di un figlio: invano, da otto anni, tenta di rimanere incinta e ormai tenerezza e complicità matrimoniali sono impallidite. L’opera seconda di Anthony Chen (Camera d’Or 2013 con “Ilo Ilo”) osserva con pudore i personaggi, ne accompagna le emozioni e lo sforzo di liberarsi dalla solitudine.

Non resta che attendere il 22 novembre per vedere se saranno confermate le aspettative di questa nuova edizione dello storico festival cinematografico di Torino.

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Autore: Franco Baccarini

Scrittore, saggista, autore di articoli per giornali cartacei e telematici, di testi per il teatro e di cortometraggi. Teatrografia 2007 – Autore del dramma in atto unico “Insostituibili assenze”. Filmografia 1996 – Soggettista, sceneggiatore e regista del video-clip “Anatomia dell’altro volto di una metropoli”. 2012 – Soggettista e sceneggiatore del cortometraggio “La ragazza e il mare” (regia di E. Colombo). 2013 – Soggettista e sceneggiatore del cortometraggio “Un amore da proteggere” (regia di L. Greco). Bibliografia 1996 – “Il rapporto tra cinema e romanzo” (Centro Studi Cinematografici). 1999 – “Francois-René de Chateaubriand a Roma e dintorni” (Lazio Ieri e Oggi). 2004 – “L'amore nel cinema” (Il Filo Rosso). 2007 – “Cinema e tecnologia” (Il Filo Rosso). 2007 – “Appunti sul rapporto tra cinema e romanzo” (Il Filo Rosso). 2008 – “Bioetica animalista. Dagli aspetti socio-filosofici alle applicazioni pratiche nella sperimentazione clinica dei farmaci” (Edizioni Universitarie Romane). 2009 – “La Tecnoetica nel Cinema. Bioetica del Futuro” (Edizioni Palombi). 2010 – Capitolo “Tecnoetica nel Cinema” all’interno del volume “Tecnicizzare l’uomo o umanizzare la tecnica?” (Edizioni LEV), di Autori Vari. 2012 – “Tecnoetica e Cinematografia” (Edizioni Universitarie Romane). 2013 – “Tecnoetica e Cinematografia (in versione e-book)” (Edizioni Universitarie Romane).